L’INFIAMMAZIONE INDOTTA DAL CIBO COME CAUSA DI INGRASSAMENTO


Per anni si è detto che l’unica causa dell’aumento di peso fosse l’introduzione di una quantità di calorie più elevata di quella consumata.

Oggi finalmente si sa che non è sempre vero e che una caloria, riguardo ai segnali biochimici in atto nell’organismo, non sempre è uguale alla stessa caloria introdotta in condizioni diverse.

In alcune condizioni quindi, l’infiammazione indotta dal cibo può essere causa di ingrassamento, indipendentemente dalle calorie introdotte.
Questo tema è stato giustamente oggetto di continui conflitti e di polemiche infinite, soprattutto se riferito alle ormai “superate” intolleranze alimentari.
Oggi invece, l’unico riferimento scientifico accettabile è il dosaggio delle diverse citochine infiammatorie che possono generare resistenza insulinica, alterando i normali processi di utilizzazione degli zuccheri.
Si è iniziato quindi a parlare di effetti sul metabolismo dovuto a segnali biochimici, secondo una regola di attivazione metabolica diversa da quella finora proposta.
Il norvegese Lied ha documentato che l’assunzione di un cibo, in soggetti che non lo tollerano, determina la produzione di Baff (B cell activating factor), citochina apparentata con il Tnf alfa e dotata di molte proprietà metaboliche, e questo spiega l’effetto sul metabolismo di un certo tipo di dieta.
Il lavoro più diretto sulla resistenza insulinica provocata dal Baff è sicuramente quello del coreano Kim che ne ha definito l’azione e le caratteristiche.
Già nel 2007 però, uno studio di Zeyda pubblicato sull’International journal of obesity aveva gettato nuove luci sulle cause dell’ingrassamento e delle sue correlazioni con l’infiammazione a bassa intensità, dovuta all’attivazione di una particolare classe di macrofagi del tessuto adiposo.

In sintesi, se si cambia il tipo di dieta in modo da evitare la produzione elevata di certe citochine infiammatorie, diventa più efficiente il meccanismo del consumo energetico e si evita l’accumulo di massa grassa.
Si tratta di un’importante evoluzione, perché oggi possiamo misurare il livello di citochine infiammatorie presenti nell’organismo, somministrare alimenti funzionali o integratori citochino specifici (perilla, mais rosso, olio di mandorle, curcuma per esempio) e orientare le scelte alimentari secondo un principio che supera una considerazione massificata e si adatta ai bisogni del singolo per una nutrizione individualizzata e una migliore efficienza energetica”.

Articolo del 22.01.2015 di Attilio Speciani
tratto da www.nutrizione33.it

 


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